Rassegna stampa

Da La Gazzetta del Mezzogiorno di Lunedi 3 ottobre 2011

 

 

 

 

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10/10/2011

Inshallah: in viaggio con Mohamed

Scritto da: Alessandra Coppola alle 19:57 del 10/10/2011
Tags: rotte, tunisini, ventimiglia

Cooperante e documentarista, Antonio Laforgia ha seguito il viaggio di un migrante tunisino dalla Puglia alla Francia. Qui spiega il suo lavoro:

Il film racconta il viaggio di Mohamed Alì, uno delle migliaia di tunisini sbarcati a Lampedusa nella primavera di quest’anno. L’incontro con Alì è avvenuto fuori dalla tendopoli di Manduria, da cui era appena fuggito a causa delle condizioni insostenibili in cui era costretto a vivere. Grazie all’aiuto di alcuni attivisti Mohamed è riuscito a raggiungere Bari, dove ha cominciato a condividere con me la sua storia, dalla rivoluzione fino all’arrivo in Italia. Mi ha mostrato anche dei video e delle foto fatti con il suo cellulare, realizzati col desiderio di poter un giorno raccontare la sua esperienza. A quel punto gli ho proposto di continuare insieme il viaggio fino alla sua meta finale, la Francia, e di documentare con due telecamere, di cui una in mano a lui, quel che sarebbe accaduto. Inshallah è la storia di un viaggio in cui si superano in un colpo solo due frontiere: quella geografica, imposta dal cinismo delle politiche europee in materia di immigrazione e quella culturale, alimentata dalla rappresentazione dell’Altro come minaccia, invece che come incontro ed opportunità.

DAL BLOG DEL CORRIERE DELLA SERA NUOVI ITALIANI, DI ALESSANDRA COPPOLA

 

 

 


INSHALLAH, SE DIO VUOLE. IL VIAGGIO DI MOHAMED ALì DALLA TUNISIA AL FORTINO EUROPA

da Linkredulo

 di Enrico Consoli

Inshallah, se Dio vuole. Storia di Mohammed Alì, ragazzo tunisino di 26 anni, in fuga dalla sua terra verso il fortino Europa, che fra mille peripezie é riuscito a raggiungere la Francia, passando per Lampedusa, Manduria, Ventimiglia.

Una storia paradigmatica, comune a quella di tanti ragazzi protagonisti della Rivoluzione del Gelsomino che ha portato alla cacciata di Ben Alì e poi in fuga verso un futuro migliore: a raccontarla tramite il suo primo lungometraggio Antonio Laforgia, giovane giornalista e videomaker barese che ha incontrato per caso e poi scelto Dalì come protagonista della sua opera ad Aprile, mentre nella tendopoli di Manduria andava in scena una delle storie più emozionanti degli ultimi mesi.

Abbiamo incontrato il regista del film per una breve chiacchierata.

Allora Antonio, quando è nata l’idea di realizzare il film? Qual era il tuo intento iniziale? Credi di aver “deviato percorso” durante le riprese o sei rimasto fedele alle idee iniziali?

L’idea è nata dall’incontro con Mohamed Alì, avvenuto fuori alla tendopoli di Manduria, da cui era appena fuggito. Grazie alla solidarietà di diversi attivisti Dalì è arrivato a Bari, ed è lì che abbiamo cominciato a lavorare insieme a questo progetto. La storia di Dalì è estremamente rappresentativa di quella di un’intera generazione, che dopo aver animato la rivoluzione in Tunisia ha lasciato in massa il paese, sfiduciata dal ritorno al potere di molti uomini legati alla precedente dittatura e dalla crisi economica, aggravata dall’esplosione del conflitto libico.

Il mio intento iniziale era quello di raccontare le vicissitudini che hanno portato Dalì fino alla tendopoli di Manduria, e di documentare assieme a lui il proseguo del suo viaggio fino alla Francia, con tutti gli ostacoli che ha dovuto superare lungo il cammino. Ne è scaturito un racconto a due voci, che unisce il mio sguardo al suo, anche grazie all’utilizzo di due telecamere, e ad un coinvolgimento attivo di Dalì come filmaker della sua stessa storia. Gli unici cambiamenti rispetto all’idea iniziale si sono avuti nel corso del montaggio, dove assieme alla montatrice Marianna Fumai abbiamo scelto di non avvalerci né di didascalie né di voci fuori campo, allontanandoci da una tipologia classica di documentario.  L’intento è stato quello di privilegiare lo svolgimento narrativo della storia, che restituisce intatte l’umanità e le caratteristiche del protagonista, e inserisce il lavoro nell’ambito del documentario di creazione, seppur con una forte impronta di reportage.

A Manduria hai finito per essere contemporaneamente videomaker e attivista…pensi che il tuo impegno politico abbia in qualche modo influenzato la prospettiva data all’opera?

Il coinvolgimento etico è politico per me è la base di qualsiasi lavoro che punti a raccontare il reale. Il videomaking, quando si rivolge a tematiche e contesti come quelli che si ritrovano in questo film, è già di per sé una forma di attivismo. La realtà però, con la sua complessità, spesso e volentieri sfugge alle strette maglie delle classificazioni ideologiche, ed è per questo che ho voluto evitare di costruire un documentario a tesi. In questo senso la prospettiva dell’opera discende più da un approccio metodologico aperto, quello del documentario partecipativo, di cui i lavori di Andrea Segre in Italia sono un mirabile esempio,  più che dalle limitazioni che spesso impone lo sguardo politico.

Come definiresti Inshallah in poche parole?

Inshallah è la storia del viaggio di Dalì, alla ricerca della libertà, ma è anche un viaggio nel nostro paese, diviso fra la criminalizzazione istituzionalizzata dei migranti, frutto di una politica malata, e la solidarietà e l’accoglienza umana di tantissimi cittadini, che ha radici culturali ben più profonde.

Quali sono le prospettive future? Hai già qualche idea sulla quale intendi lavorare a breve?

Per il momento intendo lavorare ad una “distribuzione civile” del film, che raggiunga scuole, associazioni, piazze, centri sociali, e tutti quei luoghi da cui è possibile cominciare a costruire una diversa concezione dell’Altro, cominciando col cancellare al più presto la parola clandestino dal nostro vocabolario quotidiano.

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